di Alfredo Picillo
Parte I
Alcuni confini argomentativi
La nuova impresa è impresa di imprenditori dice Emilio Fontela nel suo saggio “Come diventare imprenditore nel XXI secolo” (ed.Spirali 2000), intendendo che l’imprenditore del 2000 è chiamato anche alla realizzazione di infrastrutture immateriali, quelle cioè miranti ad aumentare il benessere della collettività su cui l’impresa estende la sua influenza economica.
L’attività dell’imprenditore – continua Fontela – ricomprenderà anche l’apporto di servizi educativi, ricreativi, artistici quando non legati alla spiritualità.
In ulteriore analisi, questa figura di ultima generazione rivolgerà la propria attenzione, capacità imprenditoriale e risorse finanziarie, anche verso attività che gli economisti classici consideravano improduttive.
Ora, sappiamo che, nella moderna concezione, l’impresa corrisponde al luogo in cui devono contemperarsi, devono trovare modo di coesistere gli interessi, a volte contrastanti, quando non apertamente confliggenti, dei vari stakeholder del territorio.
La creazione di valore corrisponde esattamente a questo obiettivo: l’imprenditore crea valore quando, attraverso la riduzione dell’incertezza e la costruzione della fiducia, contribuisce a far sì che questi interessi, quasi mai all’unisono, possano trovare sufficiente spazio di sopravvivenza nel mercato.
Ma, in definitiva e pragmaticamente, in azienda, cos’è il valore e cos’è l’incertezza?
Mai come nel caso del concetto di valore l’etimologia del termine aiuta a comprenderne il reale significato: valere, di derivazione latina, si traduce in essere capace di….., equindi, rapportato all’impresa, avremo che questa avrà valore nel momento in cui sappia allocare al meglio le sue risorse, sappia produrre profitti, sappia permanere sul mercato.
Vale l’impresa che è capace di sopravvivere.
Il discorso torna positivamente su sé stesso: l’imprenditore crea valore quando contribuisce ad appianare, diminuire, portare a livello accettabile, i contrasti (mai totalmente evitabili) degli stakeholder del territorio.
Ora, un osservatore superficiale potrebbe chiedersi perchè l’imprenditore debba adoperarsi in questa (difficile e spinosa) opera di “appianamento”; rispondiamo che, a questo osservatore (superficiale) in effetti, sfugge il legame diretto fra questa funzione imprenditoriale e il profitto, sempre imprenditoriale.
Qualunque imprenditore sa che il profitto non è un fatto puramente economico o, ancor più riduttivamente, finanziario; il profitto dà la misura della validità delle scelte gestionali.
Sotto questo profilo il concetto di profitto esprime tutte le sue potenzialità, al punto che la scuola austriaca afferma che il profitto è la compensazione dell’incertezza e, sempre secondo tale linea di pensiero, l’imprenditore non smetterà mai di misurarsi con l’incertezza, per tutta la durata del suo cammino professionale.
E’ appena il caso di ricordare che questi concetti verranno ripresi nel momento in cui si affronteranno i diversi profili dell’intelligenza artificiale.
Comunque, delineato seppur per sommi capi, il concetto di valore per l’azienda, rivolgiamo la nostra attenzione ai diversi aspetti (e problematiche) dell’incertezza.
Che non sia un elemento eliminabile dalla vita d’azienda è acclarato: l’incertezza è la differenza che sussiste fra i dati che servono, che sono cioè, necessari, per portare positivamente a termine una transazione e i dati effettivamente disponibili.
Più questo divario si allarga, più l’incertezza prende il sopravvento.
Fermiamo un primo punto, fedeli al vecchio andante secondo cui porre nei termini giusti la domanda, fornisce già un primo tratto di risposta.
La funzione imprenditoriale si snoda, essenzialmente, attraverso due direttive:
–creazione di valore, attività finalizzata, in particolare, al territorio dove l’azienda dispiega la sua influenza economica;
–riduzione dell’incertezza che, lo si voglia o no, accompagneà sempre la vita d’azienda, rammentando che questa è anche un importante indicatore della vulnerabilità dei sistemi socio – economici.
Nella sua essenza la domanda è di una semplicità disarmante: se e in quale misura, l’intelligenza artificiale coadiuva con l’imprenditore in queste fondamentali funzioni? Quale ruolo le è riservato?
Risposte secche ed immediate non ve ne sono, a meno di non voler ridurre un discorso serio ad un giochetto da tavolino. Gestire un’azienda vuol dire prendere decisioni, e per un numero infinito di volte; l’imprenditore che non decide, non accetta il rischio e verrà espulso dal mercato, fine della storia.
Questa eventualità non ci interessa e sappiamo che il processo decisionale si evolve attraverso quattro fasi: riflessione, giudizio, valutazione e scelta: tutte queste immaterialità gestionali fanno, naturalmente, capo all’imprenditore, ma il discorso è ancora incompleto, perchè, per ogni singolo step del processo, gioca un ruolo essenziale l’ambiente, cioè l’insieme delle condizioni socio-economiche in cui l’imprenditore si trova ad operare.
Ecco un altro punto di attenzione: le possibilità che l’imprenditore possa incidere sulle condizioni ambientali, sono estremamente scarse, per non dire nulle.
Quando si parla di funzione imprenditoriale, ci si riferisce a qualcosa di molto concreto, cioè alla capacità strategica: questa capacità viene percepita con immediatezza all’interno del nucleo aziendale (esempio classico la razionalizzazione dei processi produttivi), mentre, all’esterno, come detto, l’imprenditore non può agire in maniera diretta e i suoi tempi e modi di intervento sono estremamente limitati.
Cionondimeno, l’imprenditore avrà creato valore (ricordiamo:capacità di….) quando la sua funzione sarà diffusa sul territorio.
Per dimostrare quanto sia complicato il raggiungimento di questo obiettivo basti pensare agli interessi che la funzione imprenditoriale “tocca” ogni volta: le azioni, le iniziative dell’imprenditore insistono su un contesto socio – territoriale, in tale contesto, un certo comportamento o iniziativa, soddisfa gli interessi di un gruppo e può, allo stesso tempo, danneggiare gli interessi di un altro.
E’ da questo presupposto che siamo partiti.
La funzione imprenditoriale è la fusione di cultura d’impresa ed esperienze manageriali ed imprenditoriali, come puntualmente nota Luciano Vasapollo (Dall’entrepreneur all’imprenditore plurimo – CEDAM 1996), una fusione che prevede non solo conoscenze aziendali, ma anche del contesto territoriale.
Sempre seguendo il pensiero di Vasapollo, l’imprenditore dei tempi attuali ha pienamente compreso che un tassello fondamentale del profitto è rappresentato dalle risorse intangibili, quindi anche quelle capacità politiche che devono far capo all’imprenditore e che attengono alla continua ricerca dell’equilibrio fra esigenze aziendali, insopprimobili, ed esigenze sociali, insopprimibili in egual misura.
Ecco un altro passo verso un proficuo “uso” dell’ A.I.: mettere a disposizione dell’imprenditore quelle conoscenze (quindi anche dati eonomici e previsionali) che riguardino settori che, pur esterni al nucleo aziendale, non ne sono affatto estranei, perchè andranno ad incidere sul percorso decisionale che quest’ultimo, ogni volta, intraprende.
In una prima, ed abbozzata, linea conclusiva può dirsi che l’impresa non rappresenta più solo e soltanto il centro direzionale dell’attività produttiva o un mero ed asettico produttore di profitti, ma ha allargato la sua influenza fino a costituire una fondamentale cellula della comunità sociale, al punto che, quella che definiamo area di influenza aziendale, è da considerarsi un territorio sui cui processi sociali l’impresa vuole e deve essere coinvolta.
Il moderno imprenditore necessita di nuovi stimoli e nuovi mezzi e l’intelligenza artificiale rappresenta gli uni e gli altri.
L’A.I. è, allora, conoscenza a basso costo?
In precedenza abbiamo detto che l’incertezza rappresenta il divario fra i dati disponibili e quelli di cui si avrebbe bisogno per agire con minor margine di rischio; ora, con tutti i limiti che siamo i primi a riconoscere, esponiamo un pensiero, riprendendo alcuni concetti già discussi:
- l’imprenditore che non agisce esce dal mercato;
- l’imprenditore che non accetta il rischio esce dal mercato;
- agire e accettare il rischio non mette comunque l’imprenditore al sicuro dal commettere errori (con particolare riferimento a quelli di valutazione).
L’errore commesso dall’imprenditore può essere determinato dalla mancata conoscenza di un qualche elemento di cui, invece, bisogna avere cognizione per la positività dell’azione e, continuando nella nostra ipotesi, l’A.I. mette a disposizione dei fruitori (quindi anche dell’imprenditore) una grande quantità di informazioni.
Va sottolineato: una grande quantità di informazioni e questo è ancora una volta, un punto da approfondire.
L’nformazione, sappiamo, è tutto ciò che ci trasferisce un fatto oggettivo e l’intelligenza artificiale è in grado di assemblarne una quantità illimitata: ma quantità e disponibilità di informazioni non sono, di per sé, risolutivi, perchè occorre avere quella capacità di discernimento che trasformi le informazioni in conoscenza.
Non è un problema di oggi, perchè già da molto tempo che la tecnologia mette a disposizione una quantità di informazioni tali da “intasare” i percorsi per una proficua ricerca, per cui possiamo e vogliamo affermare che nessuna intelligenza artificiale potrà mai sostituire quell’intuito che prende in considerazione le sole informazioni rilevanti, quelle utili al raggiungimento dello scopo, e solo quelle.
L’intuito non velocizza nulla, sceglie,ed in questo iter gioca un ruolo essenziale la cultura di impresa, quel patrimonio intellettuale, cioè esperienze, lungimiranza di obiettivi, reazioni emotive, capacità di valutare le conseguenze delle decisioni: a tutto questo non potrà rispondere una combinazione di dati.
Non va dimenticato che l’imprenditore non vive solo come capo di un’azienda, ma anche come come individuo, diciamo pure essere umano, cioè sintesi inseparabile di quelle emozioni assolutamente personali, nonchè di quelle che gli provengono dai rapporti sociali (ancora una volta l’ambiente, elemento essenziale di tutto il nostro lavoro).
Siamo ancora sulla stessa linea: nulla di artificiale potrà mai sostituire questo connubio.
Parte II
L’intelligenza artificiale vista come innovazione: nascita di nuove oligarchie e armonizzazione normativa
I fatti che si sono succeduti nei periodi etichettati come “rivoluzione industriale” sono noti:
-la prima, ricompresa fra la fine del ‘700 e la prima metà dell’800 vede la riunione di officine artigianali in un unico edificio, nasce la fabbrica e una prima, rudimentale, suddivisione del lavoro;
-la seconda, che può temporalmente collocarsi fra la seconda metà dell’800 fino ad arrivare agli anni ’50 del secolo scorso, vede le nuove fonti di energia (elettricità e gas) aggiungersi al tradizionale carbone: nasce la catena di montaggio e il fordismo che, facendo il paio con la mortale tempistica del Taylor, in molti casi trasforma il lavoro in alienazione;
-secondo molti storici dell’economia, grosso modo a partire dagli anni ’80, sempre del secolo scorso, stiamo vivendo la terza rivoluzione industriale, da quando cioè il computer ha segnato punti di non ritorno non solo nella nostra attività di lavoro, ma in ogni aspetto, o quasi, della vita privata.
Si evidenzia un’altra constatazione: ognuno dei periodi su descritti ha visto la nascita di nuove oligarchie; così è stato per i padroni delle fabbriche, come per i gestori delle nuove fonti di energia e, in ultimo, per chi avesse la disponibilità di capitali per creare tecnologie sempre più avanzate relative a programmi informatici.
Senza ipocrisia queste oligarchie vanno considerate per quello che sono: centri di potere, economico e, di conseguenza, politico.
Partiamo da una concreta ipotesi: l’intelligenza artificiale è una innovazione e cerchiamo di esaminarne i vari aspetti.
Migliore combinazione possibile fra conoscenza e capitale investito, seppur tradizionalmente accettata, questa definizione di innovazione è riduttiva: parlare di migliore combinazione possibile, in effetti, riduce l’innovazione ad un fatto asetticamente tecnico, e non è affatto così.
Certo, il discorso che va fatto con la delicatezza del chirurgo, nel senso che non tutte le innovazioni sono destinate, sempre e comunque, a travalicare il campo lavorativo, per andare ad incidere su altri aspetti della società, modi di pensare, criteri valutativi.
Con ogni cautela possibile può dirsi che sono destinate ad incidere con maggiore profondità nei settori sociali, quelle innovazioni che risultino di più ampia portata.
D’altronde, così come si è preso atto che, all’interno e all’esterno dell’azienda, i contrasti fra i vari stakeholder sono una realtà imprescindibile, allo stesso modo occorre considerare come inevitabili i contraccolpi di una innovazione, quale l’intelligenza artificiale, innegabilmente di portata così ampia da far nascere nuovi interessi e, in relazione a questi, nuovi contrasti.
Senza frasi altisonanti diciamo che è realmente difficile parlare di confini se consideriamo l’espandersi dell’intelligenza artificiale; d’altronde il territorio non sarà mai passivo nei confronti di una innovazione e, se per innovazione intendiamo l’oggetto al nostro esame, vi è certezza fin da subito che, questa, spiegherà i suoi effetti ben oltre il solo campo economico.
Innovare e mantenersi stabili è una contraddizione nei termini, dice l’economista Sergio Ricossa nel suo saggio “Impariamo l’economia, idee, principi, teorie”; l’ordine preesistente sarà inevitabilmente scosso, per poi riadattarsi, in attesa della prossima innovazione.
Pur se si accetti il pragmatismo del Ricossa, ove l’innovazione sia “intelligenza artificiale”, i conseguenti interrogativi danno luogo a gravi preoccupazioni: il mercato, cioè quell’entità sistemica che subisce lo “scossone”, vuole i suoi tempi per il “riadattamento”, tempi che, sicuramente, sono molto al di là della capacità operativa di molte aziende.
La veridicità di questo discorso è dimostratata dall’assunto secondo cui l’imprenditore sarà, potenzialmente, sempre attratto da un “quid” innovativo, questo però non significa che sarà sempre e comunque disposto a rischiare tempo e denaro per introdurre cambiamenti nei propri modelli organizzativi. In effetti , quest’ultimo si muoverà verso l’innovazione solo dopo aver valutato che il costo del mantenimento dell’ attuale superi il rischio innovativo.
Discorso contraddittorio? Perchè, qualcuno può razionalmente asserire che una (importante) innovazione non dia luogo anche a contraddizioni?
E’ un fatto, comunque, che la politica si stia già adoperando per gestire questa nuova e difficile, realtà ma, per risultare costruttivo, il discorso deve iniziare da più incisive forme di partecipazione, e che partano dal basso.
Lo scopo essenziale della politica, oggi, dovrebbe essere quello di impedire, come già ricordato, la nascita di nuove oligarchie e, questo, lo si potrà fare anche prendendo spunto da situazioni tutt’ora in atto (leggi la vicenda delle terre rare), dove innovazioni tecniche sono state solo la molla per creare una nuova, ennesima, geografia del potere.
L’imperativo è quello di non ripetere gli stessi errori.
Al pari dell’economia di mercato, il cui buon funzionamento è legato ad un quadro normativo chiaro e alla chiara responsabilità degli attori economici; l’A.I. può e deve essere regolamentata, evidenziando, in primis, l’ambito di responsabilità dell’azione di ogni singolo “operatore”.
Prendiamo confidenza con un concetto: l’innovazione “intelligenza artificiale” attualmente è vista, come minimo, con sospetto, se non con timore; ma sarebbe uno sforzo inutile opporvisi (globalizzazione docet) perchè si tratta di un cammino inarrestabile, che può essere solo guidato.
Forse però, per meglio comprendere i veri risvolti dell’innovazione “intelligenza artificiale”, dovremmo farla rientrare nella teoria della scoperta imprenditoriale di Israel Kirzner, in base alla quale l’imprenditore punta su ciò che crede di vedere e gli altri non vedono ancora: l’essenza dell’imprenditorialità consiste nel vedere il futuro attraverso la nebbia dell’incertezza, perchè cogliere un’opportunità significa cogliere una serie di circostanze fino ad allora non notate, sono le parole di Kirzner.
Una folgorazione sulla via di Damasco dunque? No, non è così: l’ economista mette in guardia da una interpretazione del genere e, in qualche modo, lui stesso esalta il concetto di incertezza, perchè il processo di accunulazione di conoscenza, indispensabile per l’innovazione, può risultare particolarmente lungo, in quanto lunghi sono gli sforzi di apprendimento e la predisposizione di progetti e azioni congiunte.
L’A.I. è frutto dunque di una innovazione o è una scoperta? E’ una opportunità colta prima di altri o è giusta combinazione fra conoscenza e capitale investito?
Non sappiamo se valga molto la pena fornire una risposta con le dovute motivazioni; riteniamo, invece, importante evidenziare che è anche grazie alla teoria della scoperta individuale che possiamo aggiungere un altro tassello a quel mosaico che vuole dimostrare che l’A.I. non potrà mai sostituire le capacità umane, in particolre quelle immaterialità, indispensabili ad una proficua gestione aziendale e che nulla hanno a che vedere con azioni ripetitive.
Un imprenditore, all’inizio, valuta soltanto “un fatto”; perchè questo possa trasformarsi in opportunità, occorre saper cogliere, identificare, insomma, scoprire, come ribadisce con forza Kirzner; nessuna articifialità sarà mai in grado di prospettare ( perchè di questo, all’inizio, si tratta) le possibilità di profitto.
Il rischio la fa da padrone perchè, nonostante tutte le conoscenze acquisite, nessuno potrà garantire che quella “scoperta”, in realtà non sia già stata oggetto di “scoperta” in passato o che non si sia rivelata all’altezza delle aspettative: l’altro imprenditore non mette di certo i manifesti del suo fallimento.
Ma non si tratta solo di questo: torna il concetto di valore, nel senso che la scoperta imprenditoriale potrà validamente tradursi in valore solo nel momento in cui ci si renda conto ( e non può farlo se non l’imprenditore) che sussiste qualcosa prima non notato o non sufficientemente valorizzato; è però importante sottolineare che, quello che abbiamo chiamato “rendersi conto”, è in realtà un processo che si è avvalso di intuizione, velocità di azione, e un pizzico di fortuna che non guasta mai: questa non è intelligenza artificiale.
Cionondimeno, avendo acquisito l’A.I. quale innovazione, dobbiamo anche prendere atto che questa, al pari di altre innovazioni, fa crescere il fabbisogno di professionalità carenti; in altri termini con l’immissione sul mercato di nuovi mezzi, nuove strutture innovative, vi è la parallela necessità di soggetti che sappiano tecnicamente utilizzarle, in primis a favore dell’impresa e, successivamente, pro-contesto sociale.
Senza giri di parole, il livello professionale richiesto, ove si tratti di intelligenza artificiale, sarà particolarmente elevato.
E’ esattamente da qui che nasce il pericolo dell’approssimarsi di nuove oligarchie, nuovi centri di potere; il legislatore deve arginare, porre limiti, vincoli se nacessario, e sarà una battaglia senza esclusione di colpi, perchè l’investimento in A.I. comporta, a tutt’oggi, enormi sforzi finanziari e ampi margini di rischio: chi vuole essere della partita vuole anche un preciso “ritorno” e, diciamolo francamente, sarà mal disposto ad accettare limiti e vincoli che possano limitare, anche potenzialmente, il suo profitto.
Dire che il compito che attende il legislatore (di livello nazionale, europeo ed oltre) sia difficoltoso, è solo che usare un eufemismo: viviamo in un mondo globalizzato e disciplinare l’uso dell’A.I. vuol dire creare norme internazionali che possano, seppur con le innegabili difficoltà, inserirsi nei sistemi giuridici del maggior numero possibile di Paesi.
L’armonizzazione legislativa, trattando di A.I. è altrettanto importante quanto la professionalità degli operatori: un vuoto normativo in questo campo non sarebbe tollerabile perchè porterebbe, per esempio, alla impossibilità di riconoscere, e perseguire, eventuali abusi..
Però occorre guardare in faccia la realtà e ammettere che ogni volta che si evidenzi la necessità di coordinamento fra normative sovranazionali ed normative interne, quando, in particolare, la materia sia di grande respiro e coinvolgente, si alimentano tensioni, e la motivazione è abbastanza chiara: ogni singolo Paese intende o, quantomeno, propende, a raggiungere i propri obiettivi utilizzando dinamiche interne, perchè conosciute e “rodate”.
Estremizzando il discorso: le potenzialità dell’A.I. possono avere significativi impatti sulla tenuta della democrazia?
Nulla di nuovo sotto il sole; un quesito quantomeno analogo, è stato sicuramente posto a proposito della globalizzazione, ma ci permettiamo di rimarcarne gli aspetti divergenti.
Non fa parte del nostro lavoro dilungarci sui vari profili della globalizzazione, per la cui definizione ci rifacciamo all’Ocse, quale “Processo attraverso il quale mercati e produzione dei diversi Paesi diventano sempre più interdipendenti, invirtù dello scambio di beni e servizi e dei movimenti di capitali e tecnologia”.
Ci limitiamo soltanto a ribadire che i detrattori di questa mettono in guardia contro un possibile “appiattimento” dei rapporti, non solo commerciali, dei vari Paesi e paventano la scomparsa, a lungo andare, delle tradizioni e dei patrimoni culturali che si sono sviluppati e, tutt’ora, vivono “dentro” i confini di un Paese.
La globalizzazione è considerata alla stregua di macchina demolitrice dell’identità, non solo economica, delle singole, preziose, diversità culturali, anche se sarebbe meglio parlare di identità culturali.
A ben guardare, e vorremmo essere smentiti, l’intelligenza artificiale è molto meno, perchè comunque la si voglia definire, è e rimane una tecnica incentrata alle cose pratiche, che sicuramente serve, ma non identifica nulla.
Ancora una volta: guardare in faccia la realtà: l’A.I. all’interno della realtà aziendale svolge un ruolo strumentale, questo, però, non significa metterne in discussione l’importanza; l’ A.I. deve, seppur strumentalmente, affiancare le fasi strategiche imprenditoriali, cioè quelle scelte di maggior momento di un’impresa (cfr. G. Donna – La valutazione economica delle strategie d’impresa).
L’informazione ha un costo, e l’imprenditore smetterà di acquisire informazioni solo quando, nella sua valutazione, il costo di una informazione in più gli risulti superiore all’utilità che ne possa ricavare: nessuno può oggettivamente negare il all’intelligenza artificiale il merito di aver ampliato il numero dei destinatari dell’informazione, abbattendone abbattendone significativamente i costi.
Le conoscenze messe a disposizione dall’A.I.faranno da spinta propulsiva sia all’orientamento al dialogo che a lla capacità di ascolto, in particolare quest’ultimadarà modo all’imprenditore di percepire quelle tensioni sociali che avrà tutto l’interesse a conoscere, se vuole mantenere vivo quello scambio di conoscenze con il territorio, dal quale deriva, in buona parte, il suo profitto.
Parte III
L’A.I. e benessere sociale: significativi vantaggi o signifivative esclusioni? Credibilità ed etica
Ci permettiamo di esporre alcune convinzioni:
- l’intelligenza artificiale deve essere vista e considerata come una innovazione;
- il mercato non è un’opera pia;
- l’economia va dove si fanno profitti;-
- il benessere sociale non si misura più in quantità prodotte, ma in equa redistribuzione della ricchezza.
Concetto estremamente ovvio, quest’ultimo, ma, nei fatti, lontano dalla realtà.
Produrre, nel senso materiale del termine, non costituisce più un problema, perchè automazione, robottizzazione hanno ridotto sempre di più l’intervento umano, al punto da quasi soppiantare la classica “fabbrica” ( le tute blu di neanche tanto lontana memoria).
Non si tratta di contrarre i tempi di lavoro perfezionando ancor di più l’automazione, servirebbe solo ad immettere sul mercato una quantità di beni destinati a rimanere invenduti per “saturazione”: gli economisti hanno definito le crisi di sovraproduzione, povertà nella ricchezza e, seppure possa sembrare una contraddizione il concetto è sapientemente espresso.
Come più volte ricordato, l’intelligenza artificiale è molto di più di un’accellerazione dei processi produttivi: essa investe informazione, conoscenza, aggiornamento, capacità di dialogo e capacità di ascolto, cioè tutte quelle infrastrutture immateriali che compongono il valore d’impresa, senza mai dimenticare però, che è l’etica a legittimare l’esistenza dell’impresa, poiché promuove uno scambio corretto tra i benefici che questa riceve dal contesto ambientale e quelli che la stessa procura alla società; l’economista Donaldson esprime il concetto senza tentennamenti.
Quale delle due realtà, intelligenza artificiale ed etica, debba seguire i dettami dell’altra è un quesito che non dovrebbe avere ragione di essere se l’impianto normativo volto a disciplinare ( il termine è del tutto appropriato) l’uso dell’A.I. sia stato concepito per tener conto della creazione di valori condivisi.
Anche in questo caso, ci permettiamo di richiamare l’attenzione del lettore: quando si parla di valori condivisi, non si fa un discorso teorico o didattico, perchè un’impresa, qualunque impresa, necessita di accreditamento presso il territorio; l’impresa, cioè, ha tutto l’interesse ad accreditarsi presso il maggior numero possibile di stakeholder.
Il perchè è di agevole intuizione: un’impresa accreditata è un’impresa accettata e, nella misura in cui è accettata, vede aumentare la sua credibilità, sia come partner sia come interlocutore; della credibilità l’impresa non ha mai potuto fare a meno, ieri come oggi e, nell’attuale contesto, dominato dalla comunicazione, l’informazione viaggia a livello del pensiero, e così anche quell’informazione che potrebbe risultare nociva.
Ma riprendiamo, per un attimo, le fila del discorso: il valore di un’azienda, oggi, è ricondotto a tre componenti: asset fisici, capitale finanziario nei suoi multiformi aspetti ed asset intangibili, questi ultimi meglio conosciuti come patrimonio intellettuale.
Quando, in tema di innovazioni, abbiamo parlato di professionalità carenti non abbiamo fatto altro che mettere in luce la costante fragilità dei sistemi socio economici, cioè della loro lentezza nel seguire i progressi tecnologici e della lentezza del legislatore nel difendere quelle fasce di lavoratori che non hanno potuto o non hanno avuto il tempo di aggiornarsi.
Il lavoro cambia, e lo fa esattamente attraverso le innovazioni, tanto è vero che nessuno può razionalmente negare che alcune attività, sollecitate da spinte innovative, siano più a rischio di altre; è una realtà, e l’ A.I.deve aiutare esattamente in questo senso, cioè accompagnare la creazione di nuovi posti di lavoro che, da un lato rispondano alla domanda di mercato e, nel contempo, semplificare le nuove mansioni affinchè possano accedervi anche soggetti che, per età, cultura o altro, possiedono solo una parte delle cognizioni che servono per intraprendere nuovi percorsi professionali.
Un altro interessante settore su cui questa importante strumentalità potrebbe essere chiamata a fornire validi elementi per la decisione sono gli studi di fattibilità; sappiamo che si tratta di vere e proprie istruttorie destinate a rispondere ad una semplice quanto fondamentale domanda: l’investimento conviene?
Lo studio di fattibilità deve saper indicare, a fronte dell’investimento iniziale, i periodi di recupero e i possibili profitti; certo, anche lo studio di fattibilità è strumento previsionale e, affiancandolo alle informazioi messe a disposizione dall’ A.I. si avrà un ulteriore passo verso la riduzione dell’incertezza.
Parte III bis
A.I. e apparati burocratici: in cerca di proficua collaborazione per scelte politiche di successo
C’è un’altra realtà con cui fare i conti, cioè che non esiste che un numero di posti di lavoro dispobibili venga occupato “in automatico” da un egual numero di soggetti disoccupati; forse, questo poteva accadere in passato, quando molte delle mansioni richieste erano di basso livello e, quindi, risultava molto più facile sostituire l’ “operatore”.
Questo automatismo, oggi, è impensabile e l’A.I. deve coadiuvare con l’impresa affichè questa divenga fonte di valori sociali e non terreno di scontro: la politica è dunque chiamata a responsabilità.
Siamo arrivati ad un altro momento cruciale, perchè è tempo di affrontare le implicazioni dell’ A.I. con la burocrazia e, senza mezzi termini, iniziamo subito col riconoscere che “burocrazia” richiama alla mente accezioni negative, attività inutilmente ripetitive, intoppi, lungaggini.
Anche la filmografia di un tempo si è interessata alla burocrazia, associandola al triste tran tran dell’impiegatuccio, condannato ad una vita di scartoffie, la cui ripetitiva compilazione, comunque, non gli avrebbe mai permesso di assurgere a una vita dignitosa.
Però, al di fuori dei ricordi dei cinefili, dobbiamo razionalmente pensare che, se per burocrazia, si intende ordine amministrativo, il profilo negativo del termine tende sicuramente ad affievolirsi.
L’ordine amministrativo è uno dei principali termometri che misurano il grado di democrazia di un Paese.
Il discorso va considerato da diverse angolazioni; più volte, nel corso del lavoro, ci siamo riferiti al concetto di fiducia, avendolo, però, sempre inserito nell’ambito dell’iniziativa privata: l’imprenditore crea fiducia nei consumatori, questi acquistano i suoi prodotti o si avvalgono delle sue prestazioni e viene assicurata la crescita del profitto
Diversa è l’angolazione “pubblica”: l’apparato pubblico vende qualcosa o elargisce prestazioni?
Messa così la domanda è mal posta, perchè l’apparato pubblico non vende prodotti ma cura interessi, in particolare cura l’intersse pubblico e la differenza non è da poco.
Tranquillizziamo subito il lettore, perchè non ci sarà alcuna lezione di diritto o giustizia amministrativa, ma solo alcune sottolineature: il bacino d’utenza dell’imprenditore (quello che, più esattamente abbiamo definito area d’influenza dell’impresa) non sarà mai paragonabile all’ “estensione” dell’ interesse pubblico.
Per chiarire meglio dobbiamo fare un passo indietro: seguendo la tesi di Emilio Fontela abbiamo detto che, oggi, l’imprenditore deve saper guardare oltre il vantaggio competitivo e rivolgere la sua attenzione anche a tematiche di ordine sociale ed ambientale, in un proficuo scambio con il sistema territorio.
Detto questo occcorre evidenziare che, anche se l’intervento dell’imprenditore(privato) fosse portato all’estremo, il suo apporto avrebbe comunque effetti limitati; nessuna collettività potrebbe, comunque, fare a meno di un apparato dedicato, perchèun apparato pubblico è indispensabile alla la vita ordinata di ogni contesto sociale.
Però c’è un’altra considerazione da fare: quanto deve essere “proporzionato “ questo apparato, rispetto alle esigenze della collettività che è chiamato a gestire?
Non crediamo che esista una risposta ab initio, perchè non esiste nulla di più fluido e mutevole di una collettività organizzata, così come sono fluide e mutevoli le sue necessità, le sue esigenze.
Cionondimeno, nella realtà dei fatti, l’apparato pubblico, in molti casi, è cresciuto a dismisura, quasi non fosse più possibile controllarne l’espandersi: il fenomeno degli enti inutili ne è la punta del’iceberg, cioè la dimostrazione che un apparato abnorme divora anche sé stesso (oltre a un mare di risorse).
Ma non è questo il nostro tema, perchè dobbiamo spostare l’attenzione su un altro preciso quesito: l’innovazione intelligenza artificiale, può validamente coadiuvare nello snellimento e nella modernizzazione, ad ogni livello, dell’apparato pubblico?
Non dobbiamo mai dimenticare che l’A.I. è e deve rimanere il braccio operativo di chi decide ed assume strategie: sotto questo profilo non v’è differenza fra manager di azienda privata e manager pubblico.
I vari step attraverso i quali si snoda il processo decisionale che, a puro titolo di memoria, rammentiamo quali riflessione, giudizio, valutazione e scelta, possono, anzi devono essere trasposti anche in ambito pubblico, particolarmente quando il fine da raggiungere sia l’eliminazione o la contrazione di una procedura.
La freddezza del ricercatore qui la deve fare da padrone: una procedura è stata creata con il preciso scopo di controllare l’uso delle risorse pubbliche e la libertà di azione che possiamo riscontrare in una organizzazione privata, che punta i suoi sforzi al profitto, non potrà mai attecchire in toto al “terreno” pubblico, dove l’ambito decisionale è, per forza di cose, più spezzettato.
Le procedure sono, sempre in ambito pubblico, necessarie, perchè lì dove c’è procedura, c’è possibilità di controllo; non dimentichiamo che, per antonomasia, il controllo è il raffronto fra l’attività svolta e la norma disciplinatrice.
Se lo scopo, seppur non unico, dell’azienda privata è la produzione del profitto, non così per l’apparato pubblico, al quale viene richiesta efficienza e, in molti casi ci si è accorti che velocizzazione delle procedure e gli interventi di autiding non hanno sanato situazioni di inefficienza.
Per l’apparato pubblico la produttività risponde al miglioramento dell’ efficienza dei servizi erogati.
Ma torniamo al quesito originario: in quale settore o canale operativo o come altro vogliamo definire i gangli dell’apparato pubblico, può inserirsi l’A.I. per aiutare a stare al passo?
Diciamo subito che ci terremo ben lontani dalla tematica degli enti inutili da sopprimere, semplicemente perchè è oltre mezzo secolo (sic!) che magistrature, contabili e non, tentano di portare a termine questo compito, scontrandosi con un muro di gomma, sorretto da interessi economici e politici che, fino ad oggi, si sono dimostrati più forti degli stessi tentativi di eliminazione.
Ci interesseremo, invece, della distanza che separa il mondo accademico dal mondo imprenditoriale, a tutto detrimento delle dinamiche innovative.
In Italia abbiamo Atenei che, classifiche europee quando non mondiali, collocano ai primi posti, sia per la didattica che per la ricerca: queste Università sono, in maggioranza pubbliche, eppure, da sempre, si evidenzia e si lamenta la scarsa capacità di collegare le strutture universitarie, dove vengono portate avanti anche attività di ricerca, con i settori direttamente produttivi (le aziende).
Accorciare questa distanza potrebbe essere uno degli obiettivi per il cui raggiungimento converrà far leva sull’A.I., quest’ultima, come detto, non è una scienza, ma una tecnica orientata alle cose pratiche, un sistema capace di elaborare grandi, grandissimi volumi di dati.
Lasciare inalterata la distanza fra siatema accademico e mondo produttivo significa, tra l’altro, non opporsi al brain drain, a quella fuga di cervelli che schiaccia e desertifica il nostro capitale intellettuale; un fenomeno la cui importanza richiede un, seppur breve, approfondimento.
Chi si lascia alle spalle il Bel Paese è giovane, non ha ancora formato una famiglia ed ha un grande desiderio di veder realizzate le proprie aspettative; è infatti lontano il tempo delle valigie di cartone perchè oggi il brain drain riguarda chi ha dedicato anni importanti della propria vita a formarsi una cultura che, in moltissimi casi, è composta anche da solide basi scientifche.
Ma torniamo in modo più incisivo al nostro tema: uno dei punti salienti dell’intelligenza artificiale è la sua forza di contaminazione, nel senso di contaminare altre discipline andando oltre schemi pre-definiti; da questa tecnica, che è nata e vive anche grazie all’enormità degli investimenti dedicati, ci si aspettano nuove chiavi di lettura, per esempio delle criticità territoriali, ricercando, come si diceva, forme agevoli di dialogo fra Publica Amministrazione e realtà produttive del territorio.
Vedere l’apparato pubblico solo come erogatore di finanziamenti non solo è una visione miope, ma porterebbe a svilirne la funzione, fino a mettere in discussione l’utilità.
D’altronde, anche se anche per un momento, dovessimo limitare la funzione dell’Ente Pubblico alla sola erogazione di fondi e, si ripete, sarebbe una visione del tutto errata, vi sarà sempre bisogno, da parte imprenditoriale, di conoscere quei criteri valutativi che sono alla base delle erogazioni finanziarie, criteri propri della P.A..
Lo strumento A.I. razionalmente utilizzato dall’apparato pubblico, sarà di valido aiuto, per esempio, nel comporre bandi di gara con norme chiare che evitino interpretazioni fuorvianti che, come minimo, si risolvono in allungamento dei tempi e, in definitiva, in spreco di denaro pubblico.
Nessuno vuole estremizzare i concetti, pechè non è certo la poca chiarezza di un bando di gara a determinare il brain drain: nessun giovane laureato, o ricercatore o anche diplomato specializzato decide di trasferirsi all’estero perchè non ha superato un concorso pubblico.
La problematica è molto più complessa e poggia sul terreno della disaffezione, cioè quel senso di estraneità che il il ragazzo o la ragazza ( si ripete, non più adolescenti ma non ancora definibili adulti), provano nei confronti di quelle strutture, di quell’apparato , che pure hanno conosciuto nel corso degli studi, e che oggi vedono lontano e indifferente dei loro destini.
Anche chi scrive ha partecipato, una vita fa, a selezioni pubbliche: il numero degli aspiranti al posto era tale da determinare seri momenti di scoramento (fra tutta questa marea di gente, come è possibile che vadano a scegliere me?).
E’ notizia abbastanza recente che alcune amministrazioni non siano riuscite a coprire i posti disponibili per scarsità di candidati; cioè posti non coperti perchè il numero degli interessati era inferiore a quello richiesto……..qualche tempo fa sarebbe risultato surreale.
Cosa c’entra l’intelligenza artificiale con la situazione (comunque non ipotetica) descritta?
Facendo leva e fede sull’immensa e meticolosa quantità di dati che l’A.I. è in grado di mettere a disposizione, Pubblica Amministrazione, forze economiche e produttive e organizzazioni sociali ( quelle cioè più vicine ai territori) devono trovare quei punti di convergenza idonei ad una politica occupazionale di più ampio respiro di quella industriale.
L’efficienza vuole il dialogo ritiene Hans Kung, nel suo saggio “Onestà, perchè l’economia ha bisogno di un’etica”, le economie pianificate del passato (comunque non passato remoto) hanno prestato il fianco ad ogni possibile inefficienza e sono state sconfessate.
Parte IV
Intelligenza artificiale: possibile modello di interazione sociale
Chi ha potere decide.E’ una necessità, non un’accusa
(John Dewey)
Seppur per altri versi, della problematica si è già accennato: la ricerca scientifica e la conseguente tecnologia non potranno mai essere oggetto di atti di accusa: le possibili distorsioni, anche se volessimo così definirle, riguarderebbero semmai il successivo uso.
Prima di continuare, però, occorre una puntualizzazione, e cioè che la nostra analisi dell’A.I. si incanala entro i confini del mondo imprenditoriale, e solo quello.
Però, pur dopo aver fissato tale limite, il discorso non è da poco, perchè l’imprenditore che usufruisce delle informazioni poste a disposizione dell’A.I. e, quindi, ne fa uso anche per realizzare profitti, non commette alcuna azione illegale.
Gli interessi contrastanti dei numerosi stakeholder del territorio, sono una realtà del mondo produttivo, non si possono certo ascivere all’imprenditore, questo, in effetti, non può fare altro che prenderne atto e comportarsi di conseguenza.
Nè il laissez – faire né un’economia dove imperi l’intervento dello Stato, possono evitare l’insorgenza dei gruppi di pressione, come possiamo anche definire quelle oligarchie dei precedenti capitoli.
Parlare di interazione sociale, nell’argomento al nostro esame, significa promuovere più incisive forme di partecipazione e che, come già ricordato, partano dal basso: un’interazione che può e deve costituire una valido ostacolo alla formazione di oligarchie, gruppi di pressione, èlite, al fine di impedire che, dall’uso distorto delle potenzialità dell’intelligenza artificiale, vengano alla luce quelle oligarchy of wealth per le quali vi sono pochi dubbi sul fatto che sarebbero in grado di assommare poteri tali da condizionare, o fortemente influenzare, vari e importanti settori della politica e dell’economia.
Ancora una volta: norme chiare che individuino chiare responsabilità nel momento in cui l’azione di governo venga ad avvalersi dell’enorme potenziale, scientifico e culturale, che questa nuova realtà rende disponibile.
La logica di un’autorità di governo è il suo potere di regolazione; questa logica non deve venir meno trattando di intelligenza artificiale.
Le strutture sociali mutano, così come mutano le relative esigenze; parlare di interazione significa acquisire una coscienza critica e dialogare con le strutture dell’intero sistema; chi di noi abbia vissuto l’esperienza del covid, e siamo la maggioe parte, ha visto entrare nel linguaggio usuale la frase nulla sarà come prima.
Qualcuno ha inteso reintrodurla, trattando dell’intelligenza artificiale: nulla sarà come prima, sicuramente riferendosi alle implicazioni che questo nuovo strumento è destinato ad avere nella vita, professionale e non, di ognuno di noi.
Abbiamo visto, nel breve excursus sulle rivoluzioni industriali che le classi dominanti non sono certo un’invenzione o una scoperta dell’A.I.; con ogni probabilità la classe dominante esiste fin dalla creazione del primo nucleo sociale, da quando un gruppo di individui ha deciso per la vita in comune.
Oggi le forme di dialogo sono molto più complesse che in passato, non fosse altro che per la “presenza” di organismi internazionali, quali Unione Europea, Banca Centrale Europea, Fondo Monetario Internazionale, solo per citare i più rappresentativi solo che, a parere di molti, queste istituzioni, hanno una capacità di dialogo, a dir poco, claudicante.
A queste si rimprovera non l’inefficienza del sistema di regolamentazione, ma esattamente il contrario: una esasperata produzione di regolamenti capillari la cui osservanza non solo non facilita, ma ostacola quell’armonizzazione normativa che è la chiave di funzionamento di un Ente sovranazionale
L’A.I. deve, in ultima nalisi, e non lo dice di certo solo chi scrive, finalizzare i suoi sforzi principalmente al dialogo fra istituzioni, diversamente lo spettro del protezionismo continuerà ad aleggiare, e sarebbe un grave errore sottovalutarne i pericoli, perchè il protezionismo, è un’arma a lunga gittata i cui effetti perdurano ben oltre il mandato politico di chi ne ha deciso, o provocato, l’ “accensione”.
Non crediamo siano molti quelli che, tra noi, vogliano assistere al tramonto degli organismi internazionali, alla dispersione della loro potenzialità; il fallimento sarebbe di tutti, non solo di alcuni: tessere una tela di obiettivi comuni attraverso il dialogo, sarà sicuramente uno dei principali scopi che lo strumento intelligenza artificiale aiuterà a raggiungere.
E il tempo?
Già, il tempo: che rapporto verrà a delinearsi fra il tempo, che esiste da sempre, e la nuava realtà, le nuove prospettive dell’intelligenza artificiale?
Andremo “fuori tema”, e con buona pace del caro professore di liceo: inutile negare che l’A.I. sarà aggressiva nei confronti del tempo e, stavolta, non ci riferiamo solo al tempo dell’azienda o della produttività.
Non abbiamo difficoltà ad alzare le braccia: affrontare compiutamente un tema del genere preoccupa non poco.
Ci viene in aiuto un’opera letteraria, precisamente il Canto d’amore di J.F.Prufrock, del poeta e saggista statunitense T.S.Eliot.
Nello scritto il tempo è presente ovunque, studiato in ogni singolo aspetto e dimensione e ne citiamo solo alcuni punti
Ci sarà tempo, ci sarà tempo
Per prepararti una faccia per incontrare le facce che incontri
Tempo per te e tempo per me
E tempo anche per cento indecisioni
E per cento visioni e revisioni
Attinenza con il nostro tema? Per noi vi è un’evidenza talmente forte da suscitare emozioni e, stavolta, accantonando ogni razionale pragmatismo, perchè l’intelligenza artificiale sarà il tessuto connettivo della “trama tempo”, una trama che, al di fuori di ogni considerazione, decide.


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